"Contro l'interpretazione" di Susan Sontag: forma, contenuto e desiderio - Il Riformista (2022)

La ripubblicazione del saggio

Filippo La Porta — 13 Luglio 2022

"Contro l'interpretazione" di Susan Sontag: forma, contenuto e desiderio - Il Riformista (1)

Sforzarsi di interpretare un romanzo o un film può significare banalizzarlo, riportarlo al già noto. Un’opera d’arte si distingue da un prodotto artigianale perché non si esaurisce mai in un significato solo. Quando nel 1966 uscì Contro l’interpretazione di Susan Sontag l’effetto fu deflagrante. Si tratta di uno dei saggi (è una raccolta di articoli e interventi) decisivi di quegli anni, da collocare accanto a Miti d’oggi di Roland Barthes, Masscult e midcult di Dwight Macdonald e Questioni di dettaglio di Hans Magnus Enzensberger. Saggi magnifici sulla letteratura e sull’arte, sul costume e sulla mentalità, sul linguaggio e sull’ethos sociale, altrettanti capitoli di una critica radicale della modernità che oggi stentiamo a ricomporre.

Il libro dell’allora 31enne – e meravigliosamente impertinente – Susan Sontag (ora nelle edizioni Nottetempo, traduzione di Paolo Dilonardo e nota di Daniele Giglioli: Nottetempo ne sta ripubblicando meritoriamente l’intera opera) spazia da Simone Weil a Camus, da Lukacs a Sartre, da Artaud ai film di Bresson, Godard e Resnais, da Norman Brown agli happening, Forse lo scritto più celebre è quello sulla sensibilità “camp” (“amore per l’innaturale, per l’artificio e l’esagerazione”). La tesi di fondo è espressa nelle prime pagine: l’interpretazione come “rifiuto filisteo di lasciare in pace l’arte”. Interpretare un’opera d’arte è ridurla al contenuto, addomesticarla. Dopo che ho detto, ad esempio, che tutto Beckett non è altro che la denuncia dell’alienazione dell’uomo moderno, cosa davvero mi resta in mano? Una tesi particolarmente vera per il cinema: “Ciò che conta in Marienbad è la pura, intraducibile immediatezza sensuale di certe immagini” (oltre al rigore della forma), e fortunatamente molti film di Bergman “riescono a trionfare sulle intenzioni pretenziose del regista”, così come nei buoni film hollywoodiani “c’è sempre un’immediatezza che ci libera dalla smania di interpretare” (sono antisimbolici!). L’autrice mette l’accento sulla necessità di “recuperare i nostri sensi” per mettere meglio a fuoco l’oggetto, l’opera d’arte, senza sovraccaricarla, senza l’arroganza dell’interpretazione, come un paio di decenni dopo dirà George Steiner, polemizzando con la “cultura del commento” (ci si laurea avendo letto Derrida su Nietzsche o Genette su Rousseau ma non Nietzsche o Rousseau!).

Certo, la cosa non era in sé una novità assoluta. In alcuni linguaggi, nota la Sontag, era già in atto da tempo questa fuga dal contenuto, e dunque dall’interpretazione: nella pittura (da Pollock alla Pop Art), nella poesia moderna, dove si afferma un primato della magia della parola, e in generale nell’esperienza delle avanguardie. Ora, se queste pagine si traducessero solo in un invito a dare più attenzione alla forma si potrebbe osservare che in seguito, negli anni ‘70, i metodi formalistici e strutturalisti hanno trionfato ovunque vanificando il vibrante appello di quel libro. Però poi la Sontag, che per quanto eurocentrica proviene comunque dalla tradizione americana, ci spiazza osservando che di fronte a un’opera d’arte “la nostra reazione non è mai puramente estetica”. E anzi, andando oltre ogni contrapposizione artificiosa di forma e contenuto, dice che ogni opera d’arte è intimamente “morale” non in quanto edificante ma poiché “ravviva la nostra sensibilità”. Lo stesso Genet le appare “morale” anche se apparentemente fa l’apologia della crudeltà e dell’assassinio, per la ragione che risveglia la nostra attenzione (in questo senso fu davvero un delirio la insensata campagna moralistica della filosofa Michela Marzano contro un romanzo “osceno” di Walter Siti!).

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L’arte è una forma di conoscenza, anche se non si tratta di conoscenza concettuale, ma di una “esperienza dello stile attraverso cui conosciamo qualcosa”. Solo attraverso l’emozione e il coinvolgimento perveniamo a un giudizio sulla realtà. Peccato solo che tra tante citazioni non ci sia quella dallo Zibaldone, quando Leopardi precisa che la poesia sempre accresce la nostra vitalità, e dunque la nostra energia (sensuale, immaginativa, intellettuale). Dei pezzi del libro – tutti ammirevoli per freschezza – ha avuto grande risalto, come ho accennato, le “Note sul camp”. Immagino che leggere allora che Per chi suona la campana è brutto e pretenzioso mentre il “camp” più eccitante si trova nei B-movies italiani con Maciste – “nella loro relativa volgarità e mancanza di pretese incarnano fantasie estreme e irresponsabili” – possa essere stato liberatorio. La Sontag intendeva mettere in evidenza “altre sensibilità creative oltre alla serietà tragica della cultura alta”, e dunque la giocosità amorale del camp, il gusto del mascheramento e dell’ostentazione. Però a distanza di mezzo secolo, quando ognuno vuole “trattare la frivolezza con serietà e la serietà con frivolezza”, e dopo l’allegro sdoganamento di qualsiasi cosa, di Lino Banfi e di Alvaro Vitali, del trash televisivo e dei noir più efferati e splatter, etc. anche questa declinazione vagamente snob e dandistica del Kitsch ci appare molto datata.

Su questo cortocircuito a volte traumatico tra cultura alta e cultura di massa, e sulla degradazione del piacere anarchico nell’intrattenimento, la stessa autrice farà una importante autocritica negli anni ‘90: “se devo scegliere tra i Doors e Dostoevskij, allora – ovviamente – sceglierò Dostoevskij. Ma devo davvero scegliere?”. Rivendicando la “tenacia e concisione” di quel suo libro la Sontag commentava il tempo presente, così diverso dai mitici Sixties, e concludeva registrando la “fine di ogni ideale” e l’impossibilità di una vera cultura poiché non si dà più altruismo. Qui mi permetto di dissentire: davvero ai tempi di Contro l’interpretazione c’era più altruismo e più slancio ideale in giro? In realtà la cultura aveva fallito da tempo, non arginando e anzi giustificando la barbarie nazista, fiorita nella nazione più colta (Steiner)!. E soprattutto non scambiamo per tensione utopica il trionfo di una verbosa ideologia, o per altruismo il consumo spesso acritico di identità tanto “sovversive” quanto esotiche e improbabili.

Piuttosto, la “utopia” dello stupendo libro di Susan Sontag consiste in altro, e in ciò la avvicina a Pasolini. Entrambi ci presentano, al di là del contenuto della loro opera (gli Scritti corsari sono anche pieni di profezie sballate e idee rimasticate), una postura e un metodo, un atteggiamento verso di sé e verso gli altri. Brecht ha detto che il padre di ogni pensiero è un desiderio. Ecco, la Sontag e Pasolini ci mostrano sempre la relazione di ogni pensiero che hanno scritto con il desiderio che lo sottende: la loro è una sfrontata ingenuità, una miracolosa trasparenza.

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